Lavoro da tanti anni e in fabbrica c’ho passato gran parte della vita:

da ragazzo ho conosciuto vecchi lavoratori, persone che avevano vissuto il mondo contadino sul serio, non come ideale bucolico, e avevano iniziato nei capannoni molto prima che lo Statuto dei lavoratori fosse legge; e quindi ragazze e ragazzi che sono diventati donne e uomini e ora sono a loro volta genitori, e qualcuno è già nonno o nonna. In fabbrica ho visto e vedo disagio e nobiltà. Per esempio quando un lutto colpisce un dipendente, viene aperta la donazione di un’ora di lavoro per chiunque desideri manifestare la propria solidarietà alla famiglia del collega e l’azienda ci mette altrettanto: è una cosa importante, “di classe”, come gesto nobile, e “di classe” perché fatta da chi condivide le stesse condizioni sociali, di vita, d’ambiente, di fatica. Non si creda, c’è sempre la tensione tra lavoro e capitale, lavoro e delocalizzazione, produzione e salute dei lavoratori; tra il vecchio sfruttamento della forza lavoro e insieme la possibilità, mai esistita prima nelle nostre valli pedemontane, di guadagnarsi da vivere con un lavoro vero, sicuro, tutelato, sopportabile.

Zona industriale di Longarone - Belluno

Queste zone sono state segnate per generazioni dalla miseria e dall’emigrazione:

"la valigia", più che una possibile vacanza nei mari del Sud, evoca ancora una specie di minaccia silenziosa: la possibilità che una bella mattina si debba partire per cercare un lavoro, un reddito, una vita lontano dalla valle, dai boschi e dalle montagne più belle: le Dolomiti. Per dire che oggi in Veneto non è scontato dover scegliere tra diritti e lavoro, libertà e sacrificio, salute e stipendio. E questa era già una realtà difficile, ma in qualche modo conosciuta: ora, dopo mesi di Covid-19, in cui sono accadute cose che riguardano l’Italia, l’Europa, il Mondo – e per trovare raffronti bisogna andare indietro alle Guerre Mondiali – i lavoratori non sanno più cosa pensare. Tuttavia ognuno è testimone del luogo in cui vive, e io ho imparato due cose e c’entrano con il Primo Maggio.

Porta di bottega tapezzata con "Il quarto stato" e il cartello Torno subito - Genova

L’azienda nella quale lavoro non ha mai chiuso durante i giorni della pandemia:

il codice ATECO 32.50.50 diceva che poteva tenere aperto e così è stato. È da dire che eravamo già in una situazione difficile a causa di una sovrapproduzione e quindi s’era aperta la cassa integrazione e per il futuro si prospettava un contratto di solidarietà in attesa di tempi migliori. Poi è arrivato il Coronavirus che ha generato grande preoccupazione, prese di posizione del sindacato, e una specie di panico misto a incredulità ha iniziato a serpeggiare tra le persone dello stabilimento. È da dire che fin dal primo allarme nazionale, nella fabbrica in cui lavoro, sono state messe in atto le misure di protezione: le entrate e le uscite separate, il distanziamento tra i dipendenti, l’applicazione di dosatori con gel disinfettante vicino alle porte, i locali mensa con tavoli distanziati e persone sedute con posti liberi davanti e ai lati; quindi le mascherine, i guanti monouso, la pulizia straordinaria, le raccomandazioni, le informazioni, le sanificazioni nei fine settimana. È una fabbrica che occupa quasi 900 persone, in prevalenza donne, e piano piano si è tenuta a bada la paura, lo scoramento e poi il disagio delle mascherine, delle mani screpolate, degli occhiali appannati, della difficoltà a respirare facendo un lavoro faticoso. Questo è quanto ho visto e posso dire che fino a questo momento nessun focolaio è scoppiato, nessun “caso fabbrica” ha funestato la zona industriale sulle rive del Piave. Qualcuno ci dirà se questa esperienza è servita e ha da insegnare qualcosa in vista della Fase Due: i lavoratori e le lavoratrici che conosco ce l’hanno messa tutta.

Piazza delle donne Lavoratrici - Trento

In queste settimane al parcheggio, ai cancelli, nei reparti e lungo i corridoi ho visto una nuova bellezza:

sono le colleghe che non possono andare dal parrucchiere e cercano di governare i capelli, la ricrescita; e pure i colleghi, con le zazzere tagliate alla buona, magari dalle compagne, e ci si dice “non male, dai, la prossima volta verranno meglio”. Ognuna e ognuno di noi fa come può per l’aspetto fisico e, secondo me, ci si giudica meno, si è meno schiacciati sull’apparire e si considera che ci sono cose ben più importanti nella vita. Ho visto questa nuova bellezza negli occhi vivi delle colleghe, magari con il mascara e un filo di matita, sopra la mascherina d’obbligo, e se alle volte, lungo i corridoi, siamo un po’ sfuggenti e abbassiamo lo sguardo è solo per una specie di pudore bambino, come quando vedi le cose per la prima volta.

Sguardo di ragazza al sole - Belluno

Per me questo Primo Maggio avrà per sempre il volto delle lavoratrici mascherate,

e sono orgoglioso di stare con uomini e donne di questa Repubblica che è fondata sul lavoro. Se ancora una volta, e sarà così, quest’Italia nostra si rialzerà lo farà attraverso la forza delle lavoratrici e dei lavoratori, che non sono dei numeri, dei trend, degli esuberi ma gli attori primi della produzione di ogni ricchezza vera, concreta, utile. E diciamolo, con voce calda e appena smorzata dalle mascherine di carta: viva il Primo Maggio!

L'articolo, con il titolo "La bellezza nuova delle operaie con il volto dietro la mascherina", è stato pubblicato il 29.04.20 sulla pagina Cultura&Società dei quotidiani il Mattino di Padova, la Tribuna di Treviso, la Nuova di Venezia, il Corriere delle Alpi.

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